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Franco Lorenzoni su Friday For Future

I am with Greta

E i F.F.F. del futuro?

Franco Lorenzoni

06 Ottobre 2020

Il 9 ottobre Friday for future chiama nuovamente studenti e studentesse a scendere in piazza. La scuola non ha risposte da offrire ma è il luogo dove moltiplicare le domande per rendersi conto che il surriscaldamento globale e la pandemia possono essere affrontati solo educandoci tutti al paradigma della complessità. C’è dunque bisogno di storia, anche quella trascurata che riguarda lo sfruttamento dell’energia e i processi di decolonizzazione. Abbiamo bisogno di geografia, chimica, fisica, matematica, statistica. Tuttavia, “non basta solo il ricorso alle discipline scientifiche – scrive Franco Lorenzoni -, perché in ballo ci sono i nostri comportamenti, dunque il nostro immaginario, insieme al necessario confronto tra opinioni diverse. Dovremo quindi interrogarci sull’etica, praticare il dialogo, incrociare la filosofia…” 

Venerdì 9 ottobre il movimento dei Friday for future chiama nuovamente gli studenti a scendere in piazza. Sembra trascorso un secolo dalle enormi manifestazioni che venerdì 27 settembre inaugurarono lo scorso anno scolastico perché nelle attuali condizioni, radicalmente mutate, non sono immaginabili e neppure auspicabili i gioiosi assembramenti che contraddistinsero le piazze delle nostre città l’autunno scorso.

Ma quelle studentesse e studenti che scesero e continueranno a lungo a scendere in piazza a partire dal prossimo venerdì, chiedono oggi di capire e cambiare con ancora più consapevolezza della drammatica situazione che abbiamo di fronte a noi. Il problema urgente del surriscaldamento globale e dei disequilibri provocati da una crescita irresponsabile, impongono infatti un’apertura a nuove ricerche e studi che noi insegnanti non possiamo non cogliere, perché la rivolta delle ragazze e ragazzi dei friday for future ci interpella.

Climate change

Con i loro cortei, giovani e giovanissimi si sono rivolti nelle stagioni passate alla politica pretendendo risposte immediate. La scuola non ha risposte da offrire, ma è il luogo dove dobbiamo continuare a moltiplicare le domande e renderci conto che il surriscaldamento globale, così come l’attuale pandemia, può essere affrontato solo educandoci tutti al paradigma della complessità. E, soprattutto, come ci ha ricordato tante volte con lucida insistenza Greta Thunberg, che capire è cambiare. Se non cambiamo, vuol dire che non abbiamo capito.

Ci sono giganteschi interessi economici in gioco, insieme ai rapporti di forza tra gli stati e alle leggi spesso inique del mercato. Per comprendere le dinamiche in campo c’è dunque bisogno di storia, tanta storia, anche quella trascurata che riguarda lo sfruttamento dell’energia e i contraddittori processi di decolonizzazione. Se vogliamo giocare con le discipline, è evidente che abbiamo bisogno di chimica e fisica e matematica e statistica. Abbiamo bisogno di ripensare radicalmente l’insegnamento della geografia, materia sotto attacco negli ultimi anni eppure fondamentale, insieme alla demografia, se vogliamo leggere le sfide del futuro in un mondo in cui si moltiplicano i “profughi eterni”.

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La scuola è strutturalmente diacronica e credo non debba mai appiattirsi sul presente, inseguendo modi e mode dell’oggi, ma offrire piuttosto la possibilità di incontro con altre epoche e sguardi sul mondo inusitati, che ci arrivano dalla scienza, dall’arte e da espressioni culturali di ogni luogo e ogni tempo. Ma oggi, insieme al passato, gli studenti ci implorano di studiare il futuro, argomento che sembra interessare ad assai pochi nel paese più anziano del mondo.

Sul surriscaldamento e sul diffondersi di sempre nuove epidemie ragazze e ragazzi ci pongono domande legittime, cioè domande alle quali nessuno ha risposte certe da dare, e questa sfida deve sempre più coinvolgere più docenti possibile. Lo scorso anno come tavolo Saltamuri, prima della clausura domestica proponemmo di dedicare almeno un venerdì al mese alle questioni ambientali perché gli aneliti dei più sensibili diventassero argomento urgente per tutti.

Dobbiamo metterci a studiare noi docenti per primi e provare a capire come si possono affrontare insieme le questioni dei cambiamenti climatici e del diffondersi della pandemia: con quali strumenti e consultando quali materiali, utilizzando quali saperi e con quali metodi di ricerca.

Non basta solo il ricorso alle discipline scientifiche, perché in ballo ci sono i nostri comportamenti, dunque il nostro immaginario, insieme al necessario confronto tra opinioni diverse. Dovremo dunque interrogarci sull’etica, praticare il dialogo, incrociare la filosofia

Non è certo un caso che coloro che ieri negavano l’esistenza del surriscaldamento globale hanno sottovalutato fino all’ultimo i pericoli dell’attuale pandemia come i potenti Donald Trump e Jair Bolsonaro, Boris Johnson e Vladimir Putin.

Chico Mendes, il militante brasiliano ucciso perché difendeva alberi e popoli dell’Amazonia, affermava che “l’ambientalismo, senza una critica radicale del capitalismo, è solo giardinaggio”. Partiamo da qui e mettiamoci in gioco discutendo, dati alla mano, se lo sviluppo sostenibile sia solo un ossimoro o una possibilità di un cambiamento e cosa si intenda davvero, in Italia e in Europa, per green new deal.

Ecologia

Nella grande manifestazione di un anno fa a Roma un cartello sintetizzava in modo icastico il vasto programma che attende i ragazzi e tutti noi: – EGO + ECO. Contrastare decenni di narcisismo di massa richiede a ciascuno trasformazioni profonde.

Trent’anni fa Alexander Langer propose il tema della conversione ecologica, evocando una trasformazione che doveva intrecciare la necessaria riconversione energetica, agricola, urbanistica e industriale con una più profonda trasformazione delle nostre relazioni con la natura, il pianeta e l’iniqua distribuzione delle ricchezze. Nel cercare di individuare un’etica all’altezza di una sfida ecologica che sentiva ineludibile, proponeva di applicare una “regoletta kantiana” così formulata: ciascuno di noi dovrebbe limitare il suo consumo di risorse ed energia, adeguandolo alla possibilità che i sei miliardi di abitanti del pianeta possano consumare altrettanto. Siamo arrivati a essere quasi otto miliardi noi inquilini della Terra e calcolare quali cambiamenti nei consumi e nel nostro stile di vita comporterebbe il prendere sul serio quella “regoletta”, potrebbe costituire un ottimo esercizio per avvicinare al nostro sentire le condizioni di vita materiali di miliardi di nostri coinquilini, comprendendo che già oggi, oltre la metà delle migrazioni forzate di intere popolazioni, sono dovute a fattori climatici e ambientali.

È a scuola che Greta ha visto il documentario con l’isola di plastica più vasta del Messico galleggiare nel Pacifico e non se l’è più tolta dalla testa. È a partire da quella ferita che ha affinato la sua particolare sensibilità che la rende capace  – a detta di suo padre – “di vedere l’anidride carbonica a occhio nudo”.

Ma poiché per trasformarci abbiamo bisogno di scienza e statistica, ma anche di simboli e immaginario, dunque di poesia, musica, teatro e letteratura, potremmo ricordare le profetiche parole dal dottor Astrov nello zio Vania, che Anton Čecov fece risuonare in un teatro di Mosca centoventi anni fa:

“Le foreste si fanno sempre più rade, i fiumi si seccano, la selvaggina si è estinta, il clima è guastato, e di giorno in giorno la terra diventa sempre più povera e più brutta. Tu mi guardi con ironia (…) ma quando passo vicino alle foreste contadine che ho salvato dal taglio fraudolento, quando sento stormire la mia giovane foresta piantata dalle mie mani, io mi accorgo che il clima è un poco anche in mio potere e che se fra mille anni l’uomo sarà felice, ne avrò un poco anch’io il merito”.