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Autoeducarsi con i bambini – Lorenzoni (Comune Info)

Bambini

Rompere le distanze

Articolo di Franco Lorenzoni

Suscitare emozioni e conoscenze, rompere distanze, immedesimarsi in altre vite, sperimentare attesa, provare nuove pratiche interculturali… In questi giorni di educazione a distanza sono tante le ragioni per riscoprire una delle sue forme più ricche: la corrispondenza scolastica.

IL LUNGO VIAGGIO DELL’INCONTRO RECIPROCO

“Non c’è matita che scriva finemente come l’immaginazione e non c’è carta tanto grande da contenerla”. Così anni fa, con enfasi poetica, Enrico a 11 anni commentava il disegno di una grande mappa della cultura maya, realizzato al termine di una attività di corrispondenza tra la scuola elementare di Giove e una scuola dell’altopiano di Nebaj, nel nord del Guatemala. Enrico, non so con quanta consapevolezza, aveva nominato l’immaginazione a proposito, perché il grande sforzo compiuto in quei tre anni di corrispondenza fu, da parte di tutti noi, il provare ad ampliare il nostro immaginario nel tentativo di avvicinarci e tradurre in qualche modo a noi comprensibile parole e pratiche di vita lontanissime dalle nostre.

Si trattava di un tentativo forse impossibile, perché troppa la distanza di condizioni e fatiche e sensazioni vissute. Ma il solo fatto di averla azzardata, ha provocato nei bambini una grande quantità di domande profonde e coinvolgenti, la più sorprendente delle quali, per me, fu quella formulata da Eleonora, il giorno che si chiese e ci chiese con decisione: “È possibile capire una religione senza crederci?”. È una domanda aperta, forse senza risposta, che rimanda a molte altre domande che guerre e tragedie contemporanee hanno riportato alla ribalta. Eleonora la formulò al termine di un’accesa discussione intorno al nahual, l’animale totemico che accompagna ogni essere umano per tutta la vita, secondo l’antica religione maya.

In quegli anni diverse scuole dell’Umbria erano gemellate con altrettante scuole della regione Ixil e avevamo la fortuna di ospitare ogni autunno, per tre settimane, un gruppo di insegnanti provenienti da quella regione indigena maya. Nella nostra quinta elementare a Giove era dunque venuta Beatriz, vestita con i coloratissimi abiti tradizionali dei contadini indigeni, e aveva risposto per un’intera mattinata alle domande di bambine e bambini. L’elemento di quella cultura lontana che più li aveva incuriositi era il nahual, di cui parlava anche il libro Mi chiamo Rigoberta Menchu, che avevamo letto per intero l’anno precedente. Così, dopo avere ascoltato diversi racconti di Beatriz al riguardo, il giorno dopo la discussione si riaccese in modo inaspettato.

Valeria sosteneva infatti che, poiché il nahual “per me è un po’ come l’angelo custode che ci ha dato Gesù, mi sembra un po’ ingiusto nei confronti della nostra religione pensare al nahual invece che all’angelo custode”. Diversamente Valerio, affermava: “Anche se uno è italiano e cristiano gli piacerebbe sapere qual è il suo nahual”, aggiungendo: “Io lo faccio solo per sapere, per curiosità. Lo faccio fuori dalla chiesa”. “Mica perché io mi voglio convertire, è per curiosità che lo voglio conoscere”, concordò Domenico. Tutti intervennero e la discussione si fece sempre più accalorata. Anna Maria, ad esempio, dando ragione a Valeria affermò che “se poi non ci credi, che lo sai a fare?”, mentre Flavio provò a tenere distinte le cose, affermando: “Non è un motivo di religione, è di cultura…”. “Allora l’importante è sapere cos’è il nahual, non quel’è il tuo nahual”, ribatté con finezza logica Valeria, aggiungendo che “è bello sapere cos’è, per entrare nella cultura di un altro popolo, però dopo, se tu vuoi sapere qual è il tuo nahual, entri nella religione loro e quindi non mi pare giusto”, ribadendo, a conclusione del suo ragionamento, “io vorrei sapere di più dell’angelo custode mio, di com’è fatto”. “Secondo me si può sapere di questo nahual come una cosa di cultura. L’importante è non praticarla”, propose conciliante Enrico. Ma Flavio, non convinto, rispose deciso che “la religione è parte della cultura”, mentre il relativista Valerio lanciò un’altra ipotesi, domandando: “E se credi in tutti e due?”. La posizione di Valerio aveva un suo fondamento, perché alcuni dei nostri ospiti guatemaltechi effettivamente si proclamavano cristiani, pur conservando con convinzione diverse credenze dell’antica religione maya, in un creativo sincretismo che caratterizza la religiosità di molte regioni indigene di diversi continenti. La discussione tra bambine e bambini

della quinta di Giove proseguì a lungo perché, come disse Domenico, “quando uno si interessa a una cosa vuole andare fino in fondo”. A un certo punto Anna Maria concluse saggiamente: “Secondo me anche scoprire nuove religioni non è un reato. Basta che non le pratichi”.

Mi venne da ridere quando ascoltai e ricopiai la frase di Anna Maria, venti anni fa, non pensando certo che in pochi anni sarebbe tornato tristemente attuale l’aspetto sinistro di ogni assolutismo religioso, che considera non solo un reato credere in una religione che non è la propria, ma addirittura una scelta e condizione tale da meritare la condanna a morte.

L’ORIGINE: IL DIRITTO DI SCRIVERE DI FIGLI DI ANALFABETI

Mi è tornata alla mente questa discussione leggendo Cari amici vi scrivo*, perché credo che il primo valore della corrispondenza scolastica stia nel tentativo di rompere distanze e sperimentare quel sentimento, insieme emotivo e razionale, che ci porta ad avvicinarci e immedesimarci in altre vite che non sono la nostra.

Ora, lo sperimentare l’ingresso provvisorio in altre vite è esattamente la funzione della letteratura. Ma qui si tratta di una letteratura del tutto particolare, perché epistolare e artigianale, in quanto composta da testi composti da coetanei, che magari scrivono in un’altra lingua o sono ai loro primi approcci con la scrittura.

Eppure, riprendendo la geniale intuizione di Célestin Freinet, che faceva scrivere e stampare libri a bambini figli di analfabeti, la corrispondenza scolastica ha come motivazione profonda la stessa intuizione utopica, che sta nel dare valore letterario, dunque capace di suscitare emozioni e conoscenze, a una letteratura apparentemente minore come può essere quella delle lettere di bambini e ragazzi che ci scrivono da lontano.

Il valore letterario di quelle lettere non è in sé, ma nel modo in cui le accogliamo, nel modo in cui le leggiamo, nel modo in cui diamo peso e importanza a parole che, pur arrivando da lontano, riguardano proprio noi, ciascuno di noi singolarmente e tutti noi insieme, nella comunità che giorno per giorno andiamo costruendo.

Se sottolineo l’aspetto letterario della corrispondenza scolastica è perché, a mio avviso, il carattere rivoluzionario della pedagogia popolare inaugurata da Freinet, sta nel cercare sempre la vita nelle opere umane, rifiutando ogni gerarchia che ossifichi il sapere, allontanandolo dai corpi concreti di chi l’ha prodotto e da chi ha il diritto di goderne, affacciandosi con curiosità al mondo della conoscenza.

Del resto anche il linguaggio ci invita a mescolare le carte, perché lettere sono quelle dell’alfabeto e ancora lettere quelle che si spediscono con i francobolli, di cui i bambini ignorano oggi persino l’esistenza, e Lettere, con la maiuscola, è anche il nome della Facoltà dove la letteratura dovrebbe essere venerata come una regina. Dunque lettere, lettere, lettere, per tentare ricomporre la conoscenza di un mondo sempre più complesso e difficile da intendere, che qui si esplora a partire dalla relazione elementare di un bambino, che spedisce una lettera e attende che da lontano arrivi una risposta.

IL VALORE DELL’ATTESA

Eduardo De Filippo, raccontando dei suoi viaggi in Russia, dov’era molto popolare, un giorno disse che l’aereo immeschiniva la vita. Per arrivare in una terra così lontana io ho bisogno dei giorni di treno che mi portino fin lì per prepararmi, per osservare la vastità di quei paesaggi e la

portata di quei fiumi, per rendermi conto della distanza di quella cultura e di quel popolo. Con l’aereo ecco che in tre ore sono a Mosca, senza avere il tempo di arrivarci davvero in Russia.

Nerina Vertner, nella sua ricca e articolata introduzione, ricapitolando la storia e il senso della corrispondenza scolastica sottolinea il valore educativo dell’attesa che prepara all’incontro. Ragionare sulle pratiche che aiutino ragazze e ragazzi a soffermarsi e dedicare tempo e attenzione alle cose e agli altri è di cruciale importanza oggi, anche se dobbiamo stare molto attenti a non fossilizzarci su abitudini e comportamenti del secolo scorso, a cui siamo giustamente affezionati perché naturali e vitali per noi anziani, ma non per questo necessariamente validi in ogni tempo.

Ogni cosa è cambiata dagli anni di Freinet e ragionare sul senso che può avere oggi la corrispondenza scolastica è importante e intrigante.

Gli interventi qui raccolti affrontano il tema da molteplici punti di vista e mettono in rilievo nodi e questioni aperte, rispettando la buona tradizione dei materiali MCE, che passano dalla pratica alla teoria, per ritornare poi arricchiti alla pratica.

Abbiamo modo così di viaggiare indietro nel tempo, rileggendo la bellissima lettera scritta dai ragazzi della scuola di Barbiana ai bambini di Mario Lodi, e di avventurarci in un futuro dai contorni tutti da scoprire, nell’esperienza di una condivisione di mapping tra Venezia e il Bonx, in cui ragazze e ragazzi di scuole superiori italiane e americane mettono in comune i loro pensieri sull’arte attraversando tutti i canali di comunicazione oggi disponibili.

Del resto, a ricordarci che non è il caso di far finta di niente sono i bambini di Mestre in corrispondenza con bambini di Carpi, che avvisano un giorno il maestro che le lettere sono partite. “E tu come lo sai? – domanda il maestro stupito – me lo hanno scritto con Whatsapp!” risponde una bambina, rivelando all’ignaro maestro che esiste un gruppo su Whatsapp denominato da Mestre a Carpi.

E allora, se vogliamo difendere il diritto di bambine e bambini a incontrare il piacere della scrittura, credo sia vitale destreggiarsi con curiosità e attenzione dentro al grande mutamento, come le pagine di questo libro ci invitano a fare. Tanti sono gli argomenti che si incontrano nelle lettere dei bambini e dei ragazzi di cui qui si parla: dal terremoto in Emilia al Secchia che tracima, dal diritto alla distrazione all’ascolto di parole in lingua Swahili, incontrate in una corrispondenza con una classe della Tanzania. E, forse, l’intreccio tra corrispondenza scolastica e pratiche interculturali rappresenta uno degli orizzonti più vitali di questa antica pratica della scuola attiva, quello che maggiormente lo riavvicina al suo scopo originario. Per Freinet, infatti, oltre alla motivazione a una scrittura che si nutrisse di uno scopo concreto, c’era il desiderio di andare oltre gli angusti confini in cui in ogni tempo è relegata l’infanzia. Avere modo di incontrare gli altri e i loro punti di vista in forme sempre nuove e diverse è infatti vitale e necessario, se vogliamo conoscere qualcosa di più di noi stessi.

RICEVERE LETTERE DA ALTRI TEMPI LONTANI

Aprire una busta e ricevere una lettera scritta è un’esperienza talmente ricca emotivamente che vale la pena continuare a ricercare tutti i percorsi capaci di mantenere viva una tradizione per certi versi inattuale, eppure necessaria.

Accanto ai percorsi ospitati in questo libro, mi fa piacere ricordare un’ulteriore possibilità, che da anni sperimenta nella scuola primaria Roberta Passoni, di cui ho potuto verificare nella mia classe le potenzialità creative. Si tratta di intrecciare la corrispondenza con amici reali a una

corrispondenza fantastica con personaggi della letteratura, della storia o del mito. In questo caso bambine e bambini ricevono lettere dai personaggi di un romanzo come i ragazzi della via Pal, dai personaggi mitici narrati da Omero o dalle figure di un dipinto come La scuola di Atene di Raffaello. I bambini sanno naturalmente che è la maestra o il maestro a scrivere, eppure il relazionarsi attraverso lettere inviate nel contesto di questa finzione, permette una libertà di parola bene espressa da una bambina di Penna in Teverina che, al termine della quinta, si rivolse a Roberta dicendole: “Io sapevo che era a te che scrivevo, ma mi sentivo più tranquilla a pensare che scrivevo a qualcuno che viveva a Budapest”.

Credo non sia un caso che questa idea sia venuta a Roberta Passoni progettando percorsi di avvicinamento alla lettura, perché tutta la letteratura è un grande gioco di specchi in cui riconoscersi attraverso parole e storie vissute da altri. Ma si può dire di più, perché l’intera storia e cultura umana è il grande teatro dentro al quale siamo chiamati a giocare il nostro ruolo, facendo continuamente i conti con coloro che sono vissuti prima di noi e che tanto condizionano la società e il mondo che abitiamo.

Cos’è in fondo la scuola, se non il luogo dove dovremmo cercare corrispondenze tra presente e passato, tra i vivi e i morti, “tra ciò che siamo e ciò che non siamo”, come disse con lucidità un giorno Mattia, a 9 anni, parlando del teatro.

Ecco allora che la corrispondenza concreta, fisica, con i nostri compagni di matita, di penna o di computer, è tanto più interessante quanto più si intreccia alla ricerca delle tante corrispondenze che vale la pena ricercare con chi è venuto prima di noi e da cui ereditiamo il paesaggio, le città, le arti, le leggi, la lingua e i comportamenti con cui siamo costretti a fare i conti noi e le nuove generazioni, a cui abbiamo il dovere di lasciare le strade il più aperte possibili.

Nella tradizione maya i creatori del mondo sono due, non uno. E nel mito dell’origine i due creatori riescono a dare vita ad alberi, stelle, pesci e animali volanti quando si trovano a pensare la stessa cosa nello stesso istante. Trovo particolarmente bella e profonda questa immagine della creatività originaria come incontro, come relazione, come intreccio di due desideri che risuonano in un’intesa sincronica e sottile. Non è questo, in fondo, che cerca ogni tentativo di corrispondenza?

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* L’articolo di questa pagina è l’introduzione scritta per Cari amici vi scrivo, un libro del Movimento di Cooperazione Educativa dedicato alla corrispondenza scolastica, curato da Senofonte Nicolli (edizioni Junior 2016). “In questi giorni tante e tanti insegnanti stanno sperimentando i modi più diversi per tessere e riannoddare i contatti con i loro allievi – spiega Lorenzoni, autore dell’articolo – Alcuni sono efficaci e sensati, altri meno e sarebbe assai utile scambiarci consigli e suggerimenti. La corrispondenza scolastica, promossa da decenni dall’Mce è una forma di educazione a distanza che nella mia esperienza ha sempre prodotto risultati di grande interesse…”

Maestro, tra i fondatori Cenci Casa-Laboratorio, straordinario punto di riferimento per scuole, insegnanti ed educatori, Franco Lorenzoni è autore di diversi libri (tra cui I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento, edito da Sellerio). Ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme. Altri suoi articoli sono leggibili qui

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